Giovanni Paolo II e l’accettazione del dolore come testimonianza di fede

La sua malattia, la sua sofferenza, la condizione del suo corpo, che tanto hanno commosso i fedeli, ha fatto sorgere anche quella domanda, non propriamente cristiana, se in quelle condizioni il papa poteva ancora svolgere la sua funzione di vicario di Cristo, o non fossero preferibili le sue dimissioni, per evidenti diffi coltà di dirigere una Chiesa che annovera nel mondo milioni di fedeli. […]
Io che non ho fede penso che, a differenza di noi tutti, il papa non abbia considerato più il suo corpo come qualcosa di “suo”, ma come qualcosa di radicalmente e profondamente inscritto nella sua fede, di cui non più lui, ma solo Iddio poteva disporre.

2012-11-21T11:03:31+00:00 21 novembre 2012|6 Comments

6 Commenti

  1. Guglielmo Albarella 16 dicembre 2012 al 9:58 - Rispondi

    Credo che la sofferenza non avvicini a Dio considerato fonte di ogni bene e sia un inutile masochismo che possa essere evitato con le terapie del dolore oggi esistenti in quasi tutti gli ospedali, ma osteggiate dai medici cattolici che infliggono inutili sofferenze ai loro pazienti in nome delòla fede cattolica.

  2. Luca 19 marzo 2013 al 15:28 - Rispondi

    Vorrei conoscere il pensiero dell’autore rispetto a quanto scritto nell’ultimo capoverso a pag. 167 di “Cristianesimo”. Riguardo all'”accettazione del dolore come testimonianza di fede”. Alla luce delle dimissioni di Benedetto XVI, come conciliare ciò che ha elaborato con quanto è successo? Non penso si tratti di quantità di fede; forse la fede la si può dimostrare anche in altri modi.
    Grazie per l’attenzione

  3. Ezio 19 marzo 2014 al 15:14 - Rispondi

    Chi è Gesù di Nazareth?
    L’unico che ha patito prima di morire? L’unico torturato della Storia? L’unico che è morto per le sue idee?
    E gli altri?
    I miliardi e miliardi di altri che hanno sofferto e sono morti prima e dopo di lui?
    Se la sofferenza diventa riferimento si può scrivere un libro per ogni morto.

  4. abrinta 2 settembre 2014 al 11:41 - Rispondi

    Vedendo Giovanni Paolo II, con il suo corpo malato, il suo viso provato, il tremore che invadeva il corpo, ho provato spesso una profonda ammirazione.

    In un colpo solo, quell’uomo era capace di spiegarmi che si vive e si muore e che il corpo, deperendo, invecchiando o ammalandosi impone sì altri ritmi, ma la persona (mente-corpo) è lì, non si nega, continua a dare, continua a ricevere.

    E’ un messaggio di speranza, un messaggio di ottimismo, un messaggio di grande umanità.

    Certo un messaggio contro-tendenza oggi, ma che importa?

    Ognuno cerca dentro di sé i propri valori, senza essere obbligati a conformarci ad un pensiero che dipinge la vita, o meglio il suo significato con un corpo prestante- sempre attraente.

    E’ stato un messaggio di fede? Io l’ho ricevuto come un messaggio di umanità, concreto, fisico. Ma forse la fede passa anche di qua…

    E’ un dubbio.

  5. antonio 23 dicembre 2014 al 11:09 - Rispondi

    dove c’e’ dolore e sofferenza non c’e’ “dio” ma solo masochismo e superstizione.

  6. barbara 21 gennaio 2015 al 6:56 - Rispondi

    Mi sorprendo sempre quando ascolto o leggo affermazioni che parlano (e forse anche creano?) una presunta separazione tra corpo umano e concetto di Dio. Mi sorprendo ancora di più quando questa separazione è proclamata dai cristiani che, non fosse altro per il nome che si sono dati, dovrebbero più che mai negare tale separazione.
    Io non so in che modo l’umano si sia evoluto dalla sua nascita su questo pianeta ad oggi (sempre che di evoluzione di possa parlare). Riconosco, tuttavia, il grande fascino del pensiero razionale che mi permette di dare un senso alle passioni (oggi le chiamiamo emozioni, forse?) che agitano il mio corpo fisico. Così, mi sembra, pur di dare un senso alla sofferenza, alla malattia e, in un ultima analisi, alla morte, il pensiero razionale è capace di inventare, appunto, una ragione per queste realtà così sgradevoli. Gli ebrei, se non sbaglio, l’hanno chiamata “peccato originale”. I cristiani, sempre se non sbaglio, l’hanno rifiutata e cancellata definitivamente con la nascita del Cristo.
    Ecco perché mi sorprendo.
    Non si tratta di stabilire se il dolore e la sofferenza fisica siano importanti per la fede oppure no.
    Si tratta, piuttosto, di scegliere se sottomettere il proprio credo al potere affascinante della razionalità (che da senso al dolore e alla sofferenza come segni, di volta in volta, di espiazione, fede, illuminazione, ecc.), oppure orientare il proprio credo ad un sapere più profondo e vasto del pensiero razionale.
    Quest’ultimo sapere necessita, per essere acquisito, di una condizione imprescindibile: l’amore per la libertà o, se si preferisce, la libertà di amare (in fondo … l’una condizione non si realizza senza l’altra).
    Il Cristo dipinto nei vangeli canonici incarna proprio questa condizione: egli è così libero … che nemmeno la morte lo può imprigionare; egli ama così tanto (scusate questa espressione inappropriata … ma nel nostro linguaggio non avrei potuto scrivere “egli ama così” e basta) da incarnarsi e vivere pienamente il corpo umano.
    Quanto all’infermità del Papa …. vogliamo proprio prenderci in giro? Il Papa è un capo politico di governo … la sua infermità significa solo che sarà qualcun altro a governare, o in modo trasparente oppure dietro le quinte. Cos’ha a che vedere con la fede e la spiritualità tutto questo? E in quale modo un Papa dimissionario potrebbe “accaparrarsi” il suo corpo rispetto all’azione di Dio, di più di un Papa non dimissionario? Se una forma di esclusività si crea, questa si riferisce al “popolo dei cristiani”, non certo a Dio.

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