Quando essere vecchi significava saggezza

La vecchiaia non è solo un destino biologico, ma anche storico-culturale. Quando il tempo era ciclico e ogni anno il ritmo delle stagioni ripeteva se stesso, chi aveva visto di più sapeva di più. Per questo “conoscere è ricordare”, come annota Platone nel Menone, e il vecchio, nell’accumulo del suo ricordo, era ricco di conoscenza. Oggi con la concezione progressiva del tempo, non più ciclico nella sua ripetizione, ma freccia scagliata in un futuro senza meta, la vecchiaia non è più deposito di sapere, ma ritardo, inadeguatezza, ansia per le novità che non si riescono più a controllare nella loro successione rapida e assillante. Per questo Max Weber già nel 1919 annotava: “A differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, oggi gli uomini non muoiono più sazi della loro vita, ma semplicemente stanchi”. Per questo la vecchiaia è dura da vivere, non solo per il decadimento biologico e il condizionamento storico-culturale, ma anche per una serie di destrutturazioni che qui proviamo ad elencare. La prima è tra l’Io e il proprio corpo: non più veicolo per essere al mondo, ma ostacolo da superare per continuare a essere al mondo, per cui a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la vecchiaia trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto d’attenzione. Siccome poi nessuno riesce a identificarsi con un vecchio, anzi tutti si difendono spasmodicamente da questa identificazione, si crea quella seconda destrutturazione tra l’Io e il mondo circostante che impoverisce le relazioni e rende convenzionale e perciò falsa l’affettività. Nel vecchio, infatti, l’amore, che Freud ha indicato come antitesi alla morte, non si estingue. E con “amore” qui intendo eros e sessualità, di cui c’è memoria, ricordo e rimpianto. I vecchi cessano di essere riconosciuti come soggetti erotici e questo misconoscimento è la terza destrutturazione che separa il loro Io dalla pulsione d’amore. Nel suo disperato tentativo di opporsi alla legge di natura, che vuole l’inesorabile declino degli individui, chi non accetta la vecchiaia è costretto a stare continuamente all’erta per cogliere di giorno in giorno il minimo segno di declino. Ipocondria, ossessività, ansia e depressione diventano le malefiche compagne di viaggio dei suoi giorni, mentre suoi feticci diventano la bilancia, la dieta, la palestra, la profumeria, lo specchio. Eppure nel Levitico (19,32) leggiamo: “Onora la faccia del vecchio”, perché se la vecchiaia non mostra più la sua vulnerabilità, dove reperire le ragioni della pietas, l’esigenza di sincerità, la richiesta di risposte sulle quali poggia la coesione sociale? La faccia del vecchio è un bene per il gruppo, e perciò Hillman può scrivere che, per il bene dell’umanità, “bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine contro l’umanità” perché, oltre a privare il gruppo della faccia del vecchio, finisce per dar corda a quel mito della giovinezza che visualizza la vecchiaia come anticamera della morte. A sostegno del mito della giovinezza ci sono due idee malate che regolano la cultura occidentale, rendendo l’età avanzata più spaventosa di quello che è: il primato del fattore biologico e del fattore economico che, gettando sullo sfondo tutti gli altri valori, connettono la vecchiaia all’inutilità, e l’inutilità all’attesa della morte. Eppure non è da poco il danno che si produce quando le facce che invecchiano hanno scarsa visibilità, quando esposte alla pubblica vista sono soltanto facce depilate, truccate e rese telegeniche per garantire un prodotto, sia esso mercantile e politico, perché anche la politica oggi vuole la sua telegenìa. La faccia del vecchio è un atto di verità, mentre la maschera dietro cui si nasconde un volto trattato con la chirurgia è una falsificazione che lascia trasparire l’insicurezza di chi non ha il coraggio di esporsi con la propria faccia. Se smascheriamo il mito della giovinezza e curiamo le idee malate che la nostra cultura ha diffuso sulla vecchiaia potremmo scorgere in essa due virtù: quella del “carattere” e quella dell’”amore”. La prima ce la segnala Hillman ne La forza del carattere: “Invecchiando io rivelo il mio carattere, non la mia morte”, dove per carattere devo pensare a ciò che ha plasmato la mia faccia, che si chiama “faccia” perché la “faccio” proprio io, con le abitudini contratte nella vita, le amicizie che ho frequentato, la peculiarità che mi sono dato, le ambizioni che ho inseguito, gli amori che ho incontrato e che ho sognato, i figli che ho generato. E poi l’amore che, come ci ricorda Manlio Sgalambro nel Trattato dell’età, non cerca ripari, non si rifugia nella “giovinezza interiore” che è un luogo notoriamente malfamato, ma si rivolge alla “sacra carne del vecchio” che contrappone a quella del giovane, mera res extensa buona per la riproduzione. “L’eros scaturisce da ciò che sei, amico, non dalle fattezze del tuo corpo, scaturisce dalla tua età che, non avendo più scopi, può capire finalmente cos’è l’amore fine a se stesso”. Una sessualità totale succede alla sessualità genitale. Qui si annida il segreto dell’età, dove lo spirito della vita guizza dentro come una folgore, lasciando muta la giovinezza, incapace di capire. Forse il carattere e l’amore hanno bisogno di quegli anni in più che la lunga durata della vita oggi ci concede per vedere quello che le generazioni che ci hanno preceduto, fatte alcune eccezioni, non hanno potuto vedere, e precisamente quello che uno è al di là di quello che fa, al di là di quello che tenta di apparire, al di là di quei contatti d’amore che la giovinezza brucia, senza conoscere.

2012-11-22T11:26:30+00:00 22 novembre 2012|7 Comments

7 Commenti

  1. lidia 12 dicembre 2013 al 18:15 - Rispondi

    Egregio Professore,
    mi piacerebbe ma non riesco a pensare all’essere umano con un destino diverso da quello attribuitogli dalla natura. Non credo che il mito della giovinezza sia un’idea malata, mi pare piuttosto sia una semplice illusione funzionale alla sopravvivenza o rimedio all’angoscia dell’esistenza soprattutto oggi che la società considera vecchi i 40enni con un’aspettativa di vita di gran lunga superiore al passato. – Nietzsche: …. “dammi una maschera, una maschera ancora”…anche gli inganni, anche le maschere sono strategie della natura per sopravvivere.
    Personalmente accetto gli anni che passano ed il dolore con dignità ma solo perché sono abbastanza forte per potermelo permettere.
    Colgo l’occasione per ringraziarla per il suo lavoro, preziosissimo.
    Cordialmente,
    Lidia

  2. massimo 20 aprile 2014 al 11:54 - Rispondi

    Caro Umberto,
    sono un 42enne e nello smarrimento della vita odierna trovo preziose le tue parole quanto un tetto sotto un diluvio incessante, ho avuto la fortuna d’avere una nonna del 1899 nacque nella bassa pianura padana lavorava in “campagna” come mi diceva lei, veniva pagata con polenta e mele, iniziava il lavoro e lo finiva con il sole d’orologio eppur fu sempre serena senza nulla di ciò per cui noi tutti lavoriamo, auto, internet, cellulari, vestiti alla moda, vacanze e tette nuove o cerette, grazie a lei e a te mi rendo or conto che quei valori sono invecchiati solo anagraficamente…vivere sereni senza che ciò dipenda da come ci si vede allo specchio o da quel che si ha o si vorrebbe avere, meno male che ci sono persone come te..acqua nel deserto..grazie molte grazie

  3. lidia 24 novembre 2014 al 11:39 - Rispondi

    Buongiorno Massimo,
    la realtà va guardata in faccia.
    Oggi non c’è più la possibilità di agire secondo i valori di cui lei parla perché “Dio è morto”. Ricordo i racconti di molti anziani, la sopportazione del dolore della vita e la dignità della gente contadina, ad esempio, era fortemente ancorata alla sicurezza che un giorno gli ultimi sarebbero stati i primi, al Paradiso come verità, in ogni casa il Crocefisso, su ogni comodino l’immaginetta della Madonna e/o di Gesù.
    Il Professore, come tante persone nate negli anni 40-50, è un privilegiato perché è nato in un preciso periodo storico/economico che ha dato possibilità concrete di esprimersi, di lavorare e di crearsi un futuro…diverso è per una persona nata dagli anni 60-70 in poi, spesso licenziati i 50enni, i 40enni precari, assunti con contratti a termine, etc.
    Non vedo nessun pensiero che concretamente possa offrire un’alternativa.. dal punto di vista economico/politico mi sto informando sulle idee di MMEMT ma ho molta molta diffidenza.
    Oltre a Nietzsche che reputo fondamentale ho letto tutto quello che il Professore ha scritto, mi trovo decisamente allineata , mi è stato grandemente di conforto e utile da un punto di vista personale ma nella realtà non mi è servito a molto, ho verificato che riconoscersi in un pensiero ed un sentimento “aristocratico” nel migliore dei casi ho porta all’emarginazione.
    Non uniformarsi ai dettami sociali vuol dire accomodarsi consapevolmente o inconsapevolmente fuori dalla gaussiana.
    L’uomo di oggi si “maschera” come meglio può per sopravvivere.
    Ho visto colleghi iniziare fare footing a 50anni, utilizzare la chirurgia estetica, d’obbligo il telefonino ultimo modello, sempre connessi, essere “social” su più fronti è un dovere da Facebook ad Instagram, personalmente ho detto no, grazie, assumendomene la responsabilità.
    Se l’uomo non è forte abbastanza, per sopportarla la vita, il cuore irrigidito dall’angoscia gli si gela per l’orrore, gli si spezza per la disperazione o gli si scioglie nel dolore…si scardina il consueto modo d’agire e di sentire. In un altro individuo di natura più forte (…) le stesse considerazioni, provocano una seria e contenuta rabbia per il folle carnevale dell’esistenza, ovvero…questa rabbia si muta in un’allegria disperata soffusa di spirito mefistofelico o con un atteggiamento a metà tra la compassione e lo scherno che guarda dall’alto con la stessa sovrana ironia sia coloro che sono prigionieri dell’illusione…sia coloro che si abbandonano alla disperazione (cito nuovamente von Hartmann che il questo caso trovo calzante)

  4. simona 25 novembre 2014 al 14:48 - Rispondi

    Buongiorno Professore,
    a 6 anni dalla pubblicazionbe di questo articolo mi trovo a discuterne con una persona cara.
    Si dibatte sul significato che assume quel “succede” inserito nel contesto della frase “….Una sessualità totale succede alla sessualità genitale…”?
    Succedere = sostituire
    oppure
    Succedere = venire dopo?
    In sostanza la sessualità totale probabilmente intesa come “consapevole” include anche quella genitale?

  5. barbara 22 gennaio 2015 al 4:18 - Rispondi

    Ammiro pienamente ogni singola frase di questo commento, anche perché mi rispecchio nel significato profondo del messaggio offerto: realizzare il grande passaggio dalla schiavitù del piacere alla libertà del rapporto erotico con il mondo.
    E mi viene da pensare che il cuore della questione risieda proprio in questo grande passaggio. Non sono sicura che il tempo sia lineare, anzichè ciclico o a spirale o sferico …. ognuno ha le proprie geometrie temporali nel cuore e credo che siano tutte vere e valide. Penso, invece, che siano affascinanti i vecchi (anche di quarant’anni, perché no? visto che non è solo di decrepitudine cellulare che si parla) che incarnano quel grande passaggio e riescono a mostrare il cammino anche agli altri. Sono orribili tutti quei vecchi (anche di quarant’anni, perché no?) che non riescono neanche a pensare di “camminare”. Forse il modo uniforme con il quale siamo costretti a pensare la società nel suo insieme (basti pensare al complesso dei sistemi pensionistico, lavorativo, educativo, con tutti i relativi limiti d’età ovviamente inventati dagli umani al solo scopo di gestire i problemi di gestione di tali sistemi) ci condiziona profondamente, facendoci credere che parole come infanzia, adolescenza, vecchiaia, corrispondano a beni concreti esistenti in natura e che non solo prescindono dagli esseri umani, ma che perfino costringono gli umani a misurarsi (letteralmente) con tali parole. Esiste il corpo che cresce e invecchia: perché diamo più importanza alle astrazioni piuttosto che alla materia (sebbene tali astrazioni siano socialmente indispensabili)?

  6. […] Sorgente: Quando essere vecchi significava saggezza : Umberto Galimberti – Il sito ufficiale […]

    • salvatore loffredo 8 dicembre 2016 al 8:12 - Rispondi

      Professore buongiorno
      La scrivo da Torre del Greco in provincia di Napoli
      E la scrivo a sproposito
      Ho letto alcuni suoi libri
      Tra cui: il corpo
      Mi è sembrato di capire che la realtà così come è oggi
      in qualche modo si è determinata millenni addietro.
      bene!
      Se la mia interpretazione le sembra corretta desidererei porle una domanda che mi assilla
      è possibile interpretare la filosofia come conoscenza e coscienza dell’umano?
      E se così fosse
      E quindi quello che era inconscio all’uomo diventa coscienza
      man mano che la filosofia mette nero su bianco ciò che precedentemente era sconosciuto
      Mi chiedo:
      Quando Aristotele ha istituzionalizzato la schiavitù
      non erano state buttate già le basi per l’olocausto?
      E ancora
      Se la presa di coscienza è accaduta circa 2500 anni fa
      è possibile farla risalire (inconsciamente) all’inizio della civiltà?
      quando l’uomo da nomade diventa stanziale?
      per cui non è possibile intravedere una vera distinzione tra oriente ed occidente da questo punto di vista?
      e se ciò fosse verosimile
      che cosa è veramente l’umanità e l’essere umani?
      in altre parole
      possibile che essere umani
      significa reiterare un sopruso dell’uomo sull’uomo
      instauratosi all’incirca 12000 anni addietro?
      possibile che per diventare umani bisognerebbe rifarsi ad anni antecedenti?
      possibile che alcune risposte piuttosto che trovarle verso oriente
      possiamo trovarle più a accidente?
      cioè nelle americhe precolombiane?
      le sarei grato se mi desse il suo parere
      e la ringrazio molto
      salvatore

Scrivi un commento